Mediante la Sua povertà siamo diventati ricchi
Non un neonato qualsiasi!
Paolo nell’esortare i Corinzi a partecipare alla sovvenzione destinata ai santi scrive una frase che riassume egregiamente l’essenza del Vangelo:
“Infatti voi conoscete la grazia del nostro Signore Gesù Cristo il quale, essendo ricco, si è fatto povero per voi, affinché, mediante la sua povertà, voi poteste diventar ricchi” (2Co 8:9).
Stamattina, come milioni di padri e madri fanno quotidianamente, ho lavato mio figlio Davide, gli ho cambiato il pannolino, gli ho dato da mangiare; gesti ordinari fatti anche, poco più di duemila anni fa in un paese della Galilea, da un uomo chiamato Giuseppe e una donna chiamata Maria a un bimbo fuori dall’ordinario.
Quel bimbo infatti, che esteriormente appariva come un neonato qualsiasi, che si faceva la pipì addosso, che camminava carponi, che piangeva per dire che aveva fame, freddo, sonno perché non aveva altro modo di comunicare, quel bimbo era la seconda persona della Trinità incarnata, vero Dio e vero uomo, in tutto e per tutto Dio e in tutto e per tutto uomo.
Ogni volta che penso a questo, rimango a bocca aperta davanti alla sua umiltà e al suo amore: un esserino di pochi chili che era l’Emmanuele, il Dio con noi. È incredibile, non trovate?
L’IO SONO, l’Eterno che nasce da donna (Ga 4:4), che viene alla luce con una gravidanza e un parto simile a quelli che miliardi di donne hanno avuto.
La Vita che per sopravvivere deve dipendere dalle cure di Maria e Giuseppe e si incarna in un corpo mortale, passibile di malattie.
L’Onnipotente, l’unico che per natura è sufficiente a sé stesso, che dipende da altri per i suoi bisogni.
Il Pane del cielo che deve farsi sfamare da Maria.
Il Creatore che si sottopone a quelle leggi fisiche (gravità, invecchiamento, bisogno di nutrizione e di sonno..) che lui stesso ha creato.
Una scelta volontaria!
Si è fatto povero richiama alla mente due momenti, rispettivamente all’inizio e alla fine della sua vita terrena: neonato nella mangiatoia e Messia in croce. Il verbo greco è della famiglia di ptocos, povero, che probabilmente ha dato origine all’italiano pitocco che suona ancora più forte di povero; ed è in forma attiva e non passiva perché il gesto di Gesù è stato volontario e non imposto da altri.
Riflettere sul Dio grande e tremendo (Sl 99, Ne 1:5; 9:32; Da 9:4; De 10:17) che volontariamente e gioiosamente prima si fa pitocco incarnandosi, diventando vero uomo, apparendo come un neonato qualunque, e poi si umilia sino alla croce, dice tanto di sé, della sua opera, della grazia mostrata nei nostri confronti.
Riuscite anche solo a immaginare atto d’amore più grande di questo?
Chi di noi, ammettendo per assurdo di averne la possibilità, si farebbe, anche solo per una settimana, cane o formica o verme per amore di creature che comunque lo disprezzano e lo rifiutano?
Nessuno, credo, e comunque sarebbe un gesto infinitamente inferiore al suo, perché sarebbe quello di un essere finito che diventa un altro essere finito e non un essere infinito che si incarna in un essere finito!
Come non innamorarci di un Dio che ha compiuto un simile gesto?
Un’occasione per riflettere
Pubblicità martellanti, negozi aperti la domenica, parenti e amici, film sul tema, tutto in questi giorni ci ricorda che è Natale; il mondo ne fa una occasione di festa, di shopping, di riunioni familiari, di buoni propositi e beneficenza perché, si sa, a Natale si è tutti più buoni.
Per un figlio di Dio, pur in disaccordo con la dimensione religiosa e consumistica di una festa di origine pagana, può essere un’occasione per riflettere sul farsi povero di Gesù, per meditare che quel neonato così simile al nostro bimbo o al nostro nipotino era Dio.
Da piccolo mia mamma mi esortava a scrivere la letterina a Gesù bambino con la lista dei doni; ma Gesù bambino non è un personaggio inventato come Babbo Natale né un essere che esiste ancora da qualche parte del mondo invisibile.
Gesù è stato veramente bambino ma oggi è l’uomo-Dio alla destra del Padre.
Oggi non esiste nessun Gesù bambino ma duemila anni fa è esistito un neonato che si chiamava Gesù ed era vero neonato e vero Dio. Gesù non si è incarnato per restare bambino e non vuole essere adorato come tale, cosa che purtroppo molti fanno, ma come l’Agnello morto, risorto e glorificato.
Penso però che fermarci a meditare sul fatto che Gesù sia stato un neonato apparentemente come gli altri possa accrescere in noi la meraviglia davanti al mistero della incarnazione e il desiderio di lodarlo per la sua umiltà e il Suo amore. Non dobbiamo adorare il bambino ma piuttosto il Dio che è stato bambino.
Cristiani consapevoli di essere ricchi oppure lagnosi e lamentosi?
Ma perché o per chi Gesù si è fatto povero?
Lo ha fatto per noi, affinché potessimo diventar ricchi. Notate il tempo del verbo: Paolo non dice affinché voi possiate diventar ricchi come se il nostro arricchimento fosse un evento nel futuro ma dice voi poteste diventar ricchi perché ricchi lo siamo già anche se non sembra che ne siamo consapevoli, almeno a giudicare da quanto ci lamentiamo.
Ci lamentiamo a casa: per come si comporta il nostro coniuge, per la salute, per i nostri parenti, per il vicino rumoroso, per i genitori che non capiscono niente, per il bimbo che non mangia o che piange sempre.
Ci lamentiamo fuori casa: per le code, per il traffico, per il parcheggio, per il clima, per le zanzare, per il governo, per le tasse, per il prezzo della benzina.
Ci lamentiamo sul posto di lavoro: per il lavoro, troppo duro o troppo scarso o troppo noioso, per lo stipendio, per il capo, per i colleghi, per i
clienti.
Ci lamentiamo a scuola: per i compiti, per gli esami, per gli insegnanti, troppo severi o poco preparati o troppo permissivi.
Ci lamentiamo nella chiesa: per gli anziani, che non conducono il gregge come dovrebbero, per la predica troppo lunga o noiosa o poco chiara, per il culto che dura troppo, per il fratello che non ci ha mai invitato a casa o che canta stonato o che parla troppo o che si veste in modo sbagliato; o ancora, ci lamentiamo per le prove troppo severe o per i compiti troppo grandi che il Signore ci assegna.
Forse non consideriamo il lamentarci un peccato ma lo è eccome perché mormorare denota mancato apprezzamento dei suoi doni, mancata consapevolezza di quanto siamo e abbiamo in Cristo, denota sfiducia in Dio, nella sua Parola, nelle sue promesse, nel suo amore, nella sua saggezza, nella sua fedeltà, nella sua potenza, nella sua sovranità.
In 1Corinzi 10:6-10 il mormorare è accostato a peccati gravissimi quali fornicazione, idolatria e tentare il Signore. A causa del continuo mormorio, nessuno degli Ebrei usciti dall’Egitto, salvo Caleb e Giosuè, entrò nella terra promessa (Nu 14:26-30).
Gesù è morto al nostro posto, ma... deve anche vivere al nostro posto!
Non abbiamo nessun motivo di lamentarci perché non ci manca nulla, siamo diventati ricchi grazie alla sua povertà.
Il concetto della SOSTITUZIONE è quello portante di tutto il Vangelo.
GESÙ:
• è venuto a morire al posto nostro affinché noi potessimo
vivere (1P 2:24; Cl 2:13),
• si è fatto maledizione perché noi ricevessimo benedizioni
(Ga 3:13-14),
• è divenuto peccato affinché noi diventassimo giustizia di
Dio (2Co 5:21),
• si è umiliato per esaltarci con lui ( Fl 2:8-9),
• si è autocondannato perché noi fossimo giustificati,
• ha partecipato della natura umana perché noi potessimo
partecipare della natura divina (Eb 2:14; 2Pi1:4) e, appunto...
• si è fatto povero per arricchirci (2Co 8:9).
La sostituzione è il fondamento della giustificazione ma anche della santificazione: Gesù è stato il nostro sostituto sulla croce e vuol essere il nostro sostituto anche nella vita di tutti i giorni, nel senso che vuole vivere al posto nostro.
Quindi se accettiamo Gesù come sostituto sulla croce, con tutto quello che ne consegue, dobbiamo accettarlo, giorno dopo giorno, anche come sostituto del nostro IO.
Noi per natura siamo portati a lasciare Gesù sulla croce a espiare i nostri peccati e continuare a vivere la nostra vita; ma la Scrittura ci chiama a fare l’esatto contrario: è la nostra carne, il vecchio uomo, che deve restare sulla croce, mentre Gesù deve vivere al posto nostro!
Questo è il vangelo nella sua completezza, non fermiamoci alla sola prima parte!
Benedizioni materiali e benedizioni spirituali
A Natale il mondo usa scambiarsi i doni, ma noi abbiamo già tutto quello che ci serve perché mediante la sua povertà siamo diventati ricchi! Lo siamo in senso materiale, perché il nostro Padre celeste provvede a TUTTI i nostri bisogni materiali (nota: i veri bisogni, non i desideri o capricci) ma soprattutto siamo benedetti di ogni benedizione spirituale (Ef 1:3)
Ed è tutto successo sulla croce: Gesù si è fatto povero con la incarnazione e ci ha arricchito sulla croce con la sua morte; se non vediamo questa ricchezza, meditiamo sugli effetti della croce:
• Abbiamo salvezza, vita eterna, riconciliazione con Dio, libero accesso al Padre: Dio è per noi, con noi e in noi;
eravamo suoi nemici, destinati alla sua ira e ora siamo suoi figli e come tali
eredi del Padre e coeredi di Cristo (Ro 8:17).
• In Cristo abbiamo vinto il diavolo (Eb 2:14; Cl 2:15), la legge (Cl
2:14), il mondo
(1Gv 5:4-5), il peccato (Eb 9:26), la morte (1Co 15:56-57), la carne (Ro 6:6; Ga 5:24).
• Siamo preziosi ai suoi occhi; chi ama veramente fa tutto quanto in suo
potere per l’amato, cosa non farà allora il Padre Onnipotente per i suoi figli?
“Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi
tutti, ci donerà anche tutte le cose con lui” (Ro 8:32).
• Siamo la sposa di Cristo e tutto ciò che è dello sposo è anche della
sposa!
• Anche se, come ci dice Atti 14:22, entrare nel regno di
Dio comporta molte tribolazioni il Signore ci dà la consolazione e la forza per sopportarle.
• Abbiamo a nostra disposizione il frutto dello Spirito, quello di Galati 5:22 con i suoi
nove “sapori”: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà,
mansuetudine, autocontrollo”. Conoscete regali più grandi di questi?
• Il meglio deve ancora venire, un giorno lo vedremo
faccia a faccia (Ap
22:4), contempleremo appieno la sua gloria, saremo liberi da questo corpo di
peccato e potremo fare completamente la sua volontà; un giorno non ci sarà più
la morte, né cordoglio, né grido, né dolore (Ap 21:4); un giorno regneremo e
saremo glorificati con Lui (2Ti 2:12), siederemo sul Suo trono e avremo potere
sulle nazioni (Ap 3:21; 2:26). Il meglio deve ancora venire, pensiamoci quando siamo nella prova
o nella sofferenza.
In Cristo abbiamo tutto e pienamente!
L’elenco sarebbe ancora lungo ma per ragioni di spazio, lo chiudiamo con una citazione di Lutero: “Dio è mio e ogni cosa è mia”.
Noi siamo ricchi perché conosciamo Dio, possiamo dimorare in lui, partecipiamo della natura divina, abbiamo Dio; esiste ricchezza più grande di questa?
Meditiamo su 2Corinzi 8:9 affinché ci serva di consolazione durante la prova e di sprone e incoraggiamento per servire il Signore.
Meditiamo:
• sulla benedizione di conoscere la grazia. Lodiamo il Signore che si è rivelato a noi personalmente, ringraziamolo perché lo Spirito Santo ci ha convinto di peccato, di giustizia e di giudizio, che grazie a questa rivelazione la croce è diventata efficace per noi.
• su quanto è grande la grazia del nostro Signore Gesù Cristo; la grandezza di un dono si misura non solo dal valore del dono in sé, ma anche da quanto è meritevole o immeritevole chi riceve tale dono. Gesù ha donato sé stesso, quindi il dono già di per sé ha un valore infinito; per di più lo ha donato a gente che meritava tutt’altro;
• sul gesto del nostro Signore il quale essendo ricco, si è fatto povero; non c’è mai stato né mai ci sarà atto d’amore più grande di questo
• che siamo diventati ricchi, che non ci manca nulla, che abbiamo pienamente ogni cosa in lui (Cl 2:10),
• che siamo ricchi mediante la sua povertà, non per i nostri meriti. Non facciamo come i credenti di Laodicea (Ap 3) che si vantavano di essere ricchi di propria ricchezza ma il Signore mostrò loro quanto fossero poveri!
Il testo di 2Corinzi 8:9 è prima di tutto un’esortazione ad aiutare economicamente i fratelli in difficoltà; ma l’applicazione è più vasta perché siamo chiamati non solo a donare generosamente e con gioia quello che Dio ci ha donato e quindi soldi, tempo, talenti, energie, capacità, doni spirituali, ma soprattutto siamo chiamati a dare noi stessi a lui e al prossimo.
Non comportiamoci da pitocchi lamentandoci per le nostre miserie o pensando di non avere niente da dare agli altri; e non comportiamoci neanche da avari egoisti, evitando di condividere con altri la ricchezza che ci è stata donata immeritatamente, ma, per quanto ci è dato di fare, mettiamola a disposizione dei fratelli e del mondo!(Assemblea di Modena, via Di Vittorio)
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